1917

I caporali Schofield e Blake riposano poggiati a un albero su una vasta zona pianeggiante. La chiamata di un milite compagno li conduce fino in trincea, mentre nel tragitto sfoggiano con eloquenza tutto il loro condivisibile cameratismo, dov’è loro annunciata, da parte del Generale Erinmore, una missione d’importanza vitale: devono consegnare prima possibile una lettera al colonnello Mackenzie, l’avvertimento di una trappola che stanno per tendere loro i tedeschi. Per arrivare fin là dovranno attraversare la cosiddetta Terra di Nessuno, luoghi inospitali e aree verdi dove permane la quiete apparente, armati di fucili, lanciarazzi, granate, mappe, torce e pochi viveri. Il battaglione sotto il comando di Mackenzie si è appostato nel bosco di Croiselles, nella cittadina di Écoust. Il tragitto, impervio e sempre più irto di ostacoli e sventure, si tramuta in una sbalordita corsa contro il tempo, affinché 1600 commilitoni abbiano la loro vita in salvo.

1917 è come un percorso nelle sensazionali possibilità dei sensi. Sembra di assistere a un sogno a occhi aperti, quindi necessariamente anche un incubo, dal primo all’ultimo secondo. E nel totale dispiega un apparato visivo e auditivo stupefacenti, innovativi piani-sequenza si susseguono, a precedere e a seguire interlacciati attoniti e bravissimi attori (persino quelli che compaiono in una sola scena sono più che all’altezza del compito, e il protagonista ha girato quasi tutte le scene privandosi del salvagente di uno stuntman), mentre la colonna sonora permuta il racconto in narrazione funesta, tra gli orrori e fasi di stasi di un finissimo lirismo che trova nei suoi accenti posati una densità emotiva potentissima.

Come un aggiornamento all’ennesima potenza di All’ovest niente di nuovo e una variazione de La sottile linea rossa e a un livello più intimo dell’altra impresa Dunkirk, 1917 è a dire il vero la sintesi espressiva e il condensato di tutti i migliori film di guerra della storia, è già là nell’olimpo dei grandi e si muove soave fra la lordura dello sconcerto e la poesia dell’ascetismo, in un montaggio di natura sinfonica, tra rovine e poltiglie di fango, vaste pianure e alberi ancora per poco in fiore, claustrofobici incunaboli dentro rovine e trincee tentacolari.

Sam Mendes si supera in questo sacrale capolavoro che ci dice molto, nonostante il pezzo forte non sia propriamente la sceneggiatura, non siano propriamente gli smozzicati eppure essenziali e diretti dialoghi, anzi ci dice tantissimo, e su di un palmo di mano, riguardo la precarietà dell’esistenza umana in perenne equilibrio tra ragione e i danni del folle inumano.

Come non menzionare in questo autentico tour de force emotivo Roger Deakins, pari merito all’intero apparato alla fotografia connesso: un plauso enorme al noto scenografo Dennis Gassner e note di merito ai supervisori degli effetti speciali (solo qualche rapida nota in CGI), fino al trucco e ai costumi, non appariscenti ma perfettamente funzionali alla causa.

Come non far sì che tutti gli elementi di questo grandioso lavoro di squadra non riverberino nelle fondamenta del film, giungendo al cospetto dell’ultimo sussulto di vita, blandendo l’ultimo profondo respiro, che sul finale fa planare la pace laddove tutto giaceva dimorandovi nell’attesa.

George MacKay as Schofield in “1917,” the new epic from Oscar®-winning filmmaker Sam Mendes.

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