The Way Back

 

Jack Cunningham si strugge, solitario, alla ricerca di un senso da dare alla sua vita. Si perde, stordito, dentro fiumi di alcol, nella vana speranza di riavere con sé l’ex moglie. Il percorso di redenzione è appena cominciato e il lavoro come operaio edile curva ulteriormente la schiena, quasi la spezza, fino a quando non arriva la chiamata dalla scuola superiore cattolica. Gli viene chiesto di allenare la squadra locale di basket Bishop Hayes e può essere l’occasione per rimettersi in piedi e trovare nuovi stimoli, appresso a ragazzi che come lui in passato, cercano una liberazione dai precari equilibri familiari. Jack era un cestista di grande prospettiva, ritiratosi anzitempo dai campi per motivazioni personali, vagamente esplicitate. Così, nonostante qualche lattina di birra di troppo che persiste nelle sue abitudini, Jack prende in mano una squadra d’indisciplinati e la trasforma in grintosi e organizzati talenti di squadra. Raggiunti i playoff del campionato scolastico nazionale, dopo una serie di fisiologiche sconfitte, Jack Cunningham vede ricadere la maturità raggiunta nei soliti vizi che lo costringono ad allontanarsi da quel che è riuscito a costituire con credibilità e amore.

Dietro al percorso di Jack c’è innegabilmente quello dell’attore Ben Affleck che nuovamente diretto dallo sceneggiatore e regista Gavin O’Connor, sfrutta il personaggio scrittogli per parlare e se necessario fare a pugni con i propri demoni. Con la cinepresa spesso e volentieri addosso alla sua stazza e al suo volto segnato, Affleck fa affiorare il suo dolore per metterlo al servizio della storia cucitagli sottopelle. Gavin O’Connor, pur partendo da una narrazione di base canonica, dove fallimento e redenzione passano attraverso i piccoli e frammentati passi del percorso di formazione, riesce a separare l’impianto sportivo dalla tara familiare, donando asciuttezza drammaturgica ai conflitti e passionale agonismo alle manifestazioni di sportività. Vige un ottimo equilibrio fra il dramma privato e l’esito avvincente e implacabile dei match di pallacanestro che si avvicendano concisi e tuttavia vibranti, sia nelle indicazioni del coach che nei punti accumulati dalla sua squadra in crescendo. Sono luci e ombre della vita che si riflettono sullo sport e viceversa, concetto che va oltre la pratica sportiva di riferimento e che ha spesso contraddistinto i migliori film sportivi americani, come l’ottimo antecedente Blue Chips (1994) di William Friedkin e il memorabile Moneyball (2011) di Bennett Miller, che ci raccontano con sofferenza e privata soddisfazione, la rivincita di un coach scomodo all’ambiente e di un manager di una marginale squadra di baseball che arriva a un passo dalla vittoria finale, dopo una geniale campagna acquisti. The Way Back è però più vicino alla deriva esistenziale del capolavoro di Lindsay Anderson This Sporting Life (1963), dove l’umiliazione coniugale s’intreccia a livello temporale con quella sportiva, a seguito di un incidente sul campo da rugby che segna il prosieguo della carriera del protagonista, facendo sì che il perverso meccanismo di esclusione abbia origine da un indispensabile intervento medico. O’Connor segue così un tracciato simile, riuscendo ad eludere i rischi melodrammatici tratteggiati nei contorni oscuri del recentissimo privato del suo protagonista, fatto di malattia, divorzio e alcolismo. Il vero gioco sta tutto nel proiettarsi verso la rivincita morale, dopotutto a distanza dal sudore, dalla fatica, dall’intima vicinanza al successo personale odorato per mezza stagione e poco più, e fronteggiare infine quello stato di solitudine che ha condotto Jack Cunnigham a un isolamento forzato da quella sorta di codice d’onore, impartito dalla scuola dove ha giocato e dove, insegnando, ha ritrovato se stesso. Lancia la palla nel canestro in un grande campo all’aperto, a due passi dalle alte palme e dal mare di Los Angeles, sotto il sole che come in un abbaglio illumina sfondo e figura umana in un campo lunghissimo di autentica lucentezza. Così, per O’Connor, Cunningham e Affleck visti dall’alto, divengono una volta per tutte la stessa persona, e lo stesso campo di battaglia. La dura scorza della personalità l’ha ancora vinta, nel cinema.

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