L’uomo invisibile

La vita di Cecilia Kass è racchiusa in una prigione di vetro e telecamere, sotto la supervisione autoritaria di suo marito Adrian, eminente scienziato col vizio dello stalking. Spiata persino mentre dorme o va in bagno, Cecilia non ne può più e grazie all’aiuto della sorella e di un amico che la ospita, riesce a far perdere le sue tracce dopo una fortunosa fuga, provocando nell’uomo che la controllava una plausibile reazione suicida. L’uomo le lascia in eredità 5 milioni di dollari, oltre a una curiosa clausola contenuta nel testamento che minaccia gli equilibri emotivi, già precari, della donna. La clausola, rivelata dal di lui fratello, matura un astuto piano che lo scienziato ha predisposto nel tentativo di controllarla meglio, naturalmente dopo aver inscenato il finto suicidio.

Ci voleva una versione molto libera e in linea con la follia tecnologica contemporanea, su supporto della Blumhouse, per rinverdire le origini del romanzo “L’uomo invisibile” di H.G. Wells del 1897. Si rivela coraggiosa la scelta dello sceneggiatore e regista Leigh Whannell, capace – nonostante diriga questa nuova versione dopo due soli film abbastanza anonimi, uno dei quali un sequel su commissione della serie Insidious – di organizzare e diramare, attraverso una sapiente regia e una tersa sceneggiatura, un’opera di grande tensione e discreta consistenza. Si direbbe quasi una lezione di suspense, con i cosiddetti turning points sapientemente disposti e utilizzati dentro un’asfissiante messinscena, memore della maestria del miglior Hitchcock, alla quale crediamo perché ci sentiamo parte dell’indicibile terrore provato dalla vittima principale. La bravura di tutti gli interpreti, sotto la rigorosa direzione di Whannell, è piuttosto evidente, in special modo quella dalla protagonista Elisabeth Moss, un talento cristallino, capace di scarnificarsi. Graffia con le unghie superfici disinfettate, scrostando, mossa e agitata oltremisura, angoli d’inquadrature capaci d’inchiodarla al tappeto al pari del mostro invisibile che le circoscrive spazi e vie di fuga. Non si vede ma si sente, come nella migliore tradizione fantastica, e senza tutti quegli insopportabili jump scares salvavita dei registi di genere mediocri. Whannell no. Whannell vira verso un taglio affilato, svelante poche informazioni (la prima rivelazione sulla effettiva posizione dell’uomo invisibile è sbalorditiva) e tutte in punta di labbra, tremanti e illuse per lunghi tratti che tutto possa tornare sereno. Qui sta anche la potente metafora filmica della storia del film, in particolare di questa versione, relativa al punto di vista insolito: è l’angolazione con cui scegli d’inquadrare le azioni e il taglio personale che conferisci alla narrazione, a svelare la tua confacente capacità direzionale di vero autore di cinema.

Qualcuno ha immediatamente accostato il senso del film alla disordinata e ambigua causa del MeToo, sbagliando, perché nella causa si dibatteva o si sarebbe dovuto dibattere quasi esclusivamente degli abusi di cariche di potere in termini di sfruttamento sessuale in chiave lavorativa. Trattasi invece di una visione alquanto riduttiva del film di Whannell che nonostante sia virato dentro i meccanismi del thriller fantastico, mira più a un nucleo contenutistico incentrato sui pericoli dell’abuso tecnologico, messo in mano a personalità in grado di sfruttare le risorse, potenziandole per folli scopi personali. Non si parla solo di abusi di potere, ma anche di totale, cronica invasione della privacy. Qui sta la grande differenza con la causa scomodata da certa critica dedita più al giornalismo d’accatto. Altro merito indubbio del film di Whannell è quello di sapersi distaccare nettamente dalle precedenti versioni, tanto da quella sorprendente per gli effetti speciali dell’epoca del 1933 diretta da James Whale, quanto da quelle di John Carpenter, più in chiave d’intrattenimento avventuroso, Memoirs of an Invisible Man (1992), invero piuttosto deludente, che dalla più sottovalutata di Paul Verhoeven, The Hollow Man (2000), virulenta e spettacolare. The Invisible Man di Leigh Whannell tesse una trama d’inganni che si plasma sul volto della protagonista con lancinante verità, scoprendone i tratti scheletrici e trasformando una guerra privata a due in una sfida a muso aperto contro le autorità invisibili che hanno finito per governare il mondo, il micromondo, il nanomondo, le grandi case, le vie di comunicazione predilette, i punti d’isolamento, e sentirsi sempre gli occhi puntati addosso, dentro e fuori.

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