Colpi di Cinema – AriranG

Non è colpa di Coccodrillo se le acque del fiume sono diventate marroni proprio nel giorno dell’avvento della samaritana. Il fiume continua a scorrere sull’isola e il cattivo tempo passerà, prima ancora che lei sedimenti saggezza negli isolani. Passerà la primavera, l’estate, l’autunno, l’inverno e ancora primavera, prima dell’avvento della pietà nei riguardi dei diseredati. Sono in tanti a richiederla per la poca gente che ancora vive lì, nel soffio del vento lontano. La guardia costiera saluta l’ultima nave, appena partita verso un indirizzo sconosciuto. Il cattivo ragazzo dell’isola passa di lì facendo finta di niente e guardando verso l’orizzonte saluta anche lui. Non c’è molto altro da fare sull’isola, a parte tirare con l’arco e guardare quant’è bello il sole nel mezzo, oltre i campi setosi. Non c’è molto altro: mazze da ferro3 con le quali prendere parte a un gioco che può far male. L’obiettivo è mandare la palla dentro il cerchio posto al centro della grande rete o colpire i nemici, quelli che si dichiarano fratelli. Ne hanno una a testa nei giardini delle loro minuscole case ma nessuno sa più cogliere la differenza tra nemici e amici. Chi vegeta nella pace vive un sogno ad occhi aperti. Salutano le nuvole alla stessa maniera in cui salutano il sole e non fa differenza. Vale lo stesso per Coccodrillo, diseredato fra i diseredati. Per lui la solitudine è un premio, suggello del tempo. Coccodrillo recupera la sua vecchia videocamera e comincia una lunga video-confessione dove enuclea tutti i motivi che lo hanno portato ad isolarsi dal resto del mondo, fra i quali anche un incidente accorso sull’asfalto di città. Chiede se può essere spedita la mini-dv sulla quale ha registrato tutto. Coccodrillo vuole sentirsi parte del mondo senza abitarlo e la fa arrivare da chi di dovere nelle città che più ama: da Venezia a Cannes, da Berlino a Locarno, da Bonghwa a Seul, fino a Parigi. Mette da parte la mazza di ferro, dichiara pace ai suoi consanguinei e ultima il lavoro. Un lavoro non orientabile, proprio come un nastro di Möbius che conduce Coccodrillo a scoprire la presenza sull’isola del famigerato prigioniero coreano. Chiede notizie alla guardia costiera che essendo l’unico esterno agli abitanti dell’isola e sotto un’altra giurisdizione, non può certificargli informazioni. Così, Coccodrillo fa da sé. Raggiunge le acque del fiume, prega sotto vento, tempeste d’acqua, neve, gelo, chiedendo il supporto della samaritana. Le acque, nel primo giorno di primavera, tornano limpide e trasparenti. Il mare è calmo. Il prigioniero viene liberato, grazie a lei. I giardini selvaggi cedono sotto la sferzante battuta delle tempeste d’acqua. Niente più mazze ferro 3. Niente più archi. La guardia abbandona l’isola. Convinti che non ci fosse più nessuna forma di vita, le ultime persone, più animali che persone, cominciano ad emigrare. Rimangono Coccodrillo e il prigioniero coreano. La samaritana confessa che qualcun altro, su qualche altra isola, ha ancora bisogno di lei e che il vento, prima o poi, l’avrebbe ricondotta da Coccodrillo. Il prigioniero è sempre stato un prigioniero e Coccodrillo è sempre stato in libertà. Per alcuni era considerato un predatore, per altri una preda facile. Coccodrillo non aveva mai ucciso nessuno e aveva liberato il corpo e l’anima di una persona da una fine certa. Un soffio di vento ancora e stop alla civiltà oltre il vedibile dall’isola lontana. Nulla tirò di più forte sull’isola, a parte il solito battente vento. Gli spiriti veleggiano ancora, lasciando la terra fumare, per testimoniare nell’aere un nuovo verso de l’Arirang.       

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