Lidi Occupati

Intervista a cura di Mattia Conico

Federico Mattioni è autore di poesie, racconti, recensioni di film e spettacoli teatrali, sceneggiature. Dirige e monta i suoi lavori da molti anni e con “Casa Occupata” giunge al suo terzo lungometraggio. Dalle premesse, sembrerebbe essere la quadratura del cerchio della prima parte di sviluppo della sua poetica. Ce ne parla con ardimento, passione, cultura.

Dopo tanti anni di gavetta, ti senti maturo per affrontare avventure più complesse e ambiziose?

Ne ho affrontate già molte ma per quella più ambiziosa c’è sempre tempo. Complessa sì, funesta no. A tutti i livelli ci sono delle difficoltà, anche quando i budget sono monstrum. Voglio avere più soldi, maggiori risorse, persone fedeli, affidabili, trasparenti. Niente più giochini di sorta. Un team fatto di persone appassionate e davvero curiose di scoprire la magia del cinema che non è solo grandi macchinari industriali come persi dentro una babele di cose e nel frastuono assordante dei poteri forti. Portano spesso guadagni ingenti e raramente la piena consapevolezza delle cose. Partire dal basso, con pochissimi mezzi, con la costrizione di dover fare una sfida contro il tempo, perché quando non hai soldi significa che non hai abbastanza tempo, che difficilmente potrai permetterti professionisti nei reparti nevralgici, che attori e assistenti potrebbero essere soggetti a bizze noiose, che ci sia qualcuno che tenti di sabotarti le premesse, che al montaggio spariranno tutti e dovrai arrangiarti da solo, subendoti i rimbrotti di chi ti dice poi “Ma non puoi fare tutto da solo..”. Invidiano la tua capacità di finalizzare un lavoro complesso e stratificato. La invidiano coloro che non ne sono capaci o che sin dal primo lavoro hanno avuto subito soldi e tavola apparecchiata o persino imbandita. Ma una mano in un reparto prettamente tecnico sarebbe d’obbligo per la finalizzazione di un lavoro che spesso e volentieri, dagli addetti ai lavori, un difetto tecnico rilevante è ritenuto la spada di Damocle per giustificare il mancato inserimento tra coloro che si spartiscono i favori del sozzo politicume che inquina costantemente tutto ciò che è creativo e nella fattispecie artistico.  

Da Astrid alla chiusura dei cinema e delle menti fino alla chiusura di un amore, o meglio, all’ennesima occupazione della libertà. In fondo i tuoi film parlano di quello, di libertà mancate, ricercate, sofferte, evocative, talvolta raggiunte anche se invase sempre da qualcosa, qualcuno. Il tuo percorso conduce a una consapevolezza di questo livello?

Interessantissima questa riflessione. Sono cresciuto con qualcuno attorno che ha sempre cercato d’impormi qualcosa in maniera coatta. Dalla figura paterna fino ad alcune persone che fortunatamente hanno solo attraversato o strusciato la mia esistenza. Sono sempre stato allergico alle imposizioni. D’accordo che debbano esserci delle regole da seguire per raggiungere un obiettivo, uno scopo, ma ciascun individuo dovrebbe saper ragionare con la propria testa – e questo dipende molto dalla cultura che uno ha, quindi dall’apertura mentale – e decidere per il proprio bene in prospettiva. Nel mio primo film è un’adolescente che scappa di casa e cerca una propria dimensione intima, spirituale, agreste, bucolica. Una dimensione che però sembra esistere solo nell’immaginazione. Nel secondo la libertà degli individui pensanti diviene un manifesto pubblico, una battaglia utile non solo a riaprire quei luoghi di aggregazione culturali quali cinema, teatri, sale concerto, ma anche a prestare ascolto a tutte quelle anime offese ed emarginate, spesso e volentieri poeti, artisti, persone sfortunate, povere, verso le quali c’è una sordità persino aggressiva. “Tundra” è un film che attraverso questo grande abbraccio nei riguardi dell’umanità, piazza poi dei tasselli-omaggio ad alcuni dei generi che più amo e che meglio si sono inseriti con i temi radicali della sceneggiatura. In “Casa Occupata” è invece l’amore il motore e il flusso della storia, un amore incompreso, perduto – che sfocia nell’orrore soprannaturale – e ritrovato in una dimensione eterea e metafisica dall’interno di un appartamento, dimensione libertà e di protezione dall’esterno. Vi è una dualità tra aggressività esterna e pericolo interno nel film. Due volti, specchio dello stato di cose del protagonista che sente, dopo la paura di riaprire un dialogo fratturato nel tempo con la propria amata, giungere la riappropriazione del bene di quel sentimento, almeno fino alla giunta del pericolo esterno che genera confusione e che si lega a tutto ciò che è interno e irrisolto. Un complesso percorso psicologico, affidato prevalentemente agli aspetti visionari del fare cinema.

Quante occupazioni hai dovuto affrontare prima di arrivare a questi risultati?

Tante ma non troppe. Avrei voluto lavorare di più e meglio su set esterni ai miei intimi lavori. Ho fatto un percorso strano, faticoso, perché da adolescente sembrava potessi trovare subito un’occupazione nel settore, essendo cresciuto a stretto contatto con Claudia Cardinale (la mia famiglia faceva da custode alla sua villa) e col suo ex marito regista. Poi ci sono state delle incomprensioni e dopo 14 anni si sono rotti i rapporti, proprio quando ho iniziato a studiare cinema. E la mia strada, sin dai tempi universitari, è stata tutta in salita, anche confusa a tratti, tra le aspirazioni critiche e di scrittura e quelle successive nel ramo audiovisivo. Ho iniziato a insegnare prima del tempo e quella della formazione è stata la mia esperienza lavorativa più frequente, seppur solo per associazioni culturali e privati. Ho svolto spesso lavori opposti a tutto ciò che s’intende creativo, a volte anche per sopravvivenza, ma tutti per brevi tratti. La mia anima mi ha sempre ricondotto prepotentemente ai primi e potenti amori, quelli che ti spingono a superarti, cercando vie alternative e trovando talvolta esternazioni artistiche grondanti simbolismi e scotenti trovate sensoriali.

“Casa Occupata” è il nuovo film. Perché questo titolo e quali temi esplora la tua opera?

Il titolo originale era “La sussurratrice”. Poi scrivendo il film mi è venuto pensato al racconto dello scrittore argentino metafisico “Casa Occupata” – da cui ho ricalcato solo ed esclusivamente le atmosfere e il dubbio su quali siano effettivamente i morti e quali i vivi – e ho pensato che potesse essere più appropriato e commercialmente più intelligente. La sussurratrice mi piaceva ma mi faceva pensare a qualcosa di poetico, a una poesia. Per il pubblico sarebbe stato di difficile contestualizzazione a livello di genere. La casa occupata può far pensare al fatto che sia associato a qualcosa di sociale o che sia per l’appunto occupata dai fantasmi. L’idea alla base di questo film che si rifà alla linea del gotico-romantico e che per comodità ho definito un giallo soprannaturale che si trasforma in un thriller-psicologico, dalle venature horror, è stata sin dai primissimi barlumi creativi, quella di un pianista isolato in casa, magari fin troppo abituato a isolarsi dopo tutta una serie di lockdown, che cerca l’ispirazione giusta. Un fantasma, un’anima in pena torna dall’aldilà per cercare di recuperare una comunicazione troppo presto interrotta. Si tratta della sua ex compagna. Ho immaginato l’atmosfera sinistra in una chiave romantica e straniante, e da lì è nato tutto. Inizialmente pensavo di ambientarlo tutto in una casa, e per gran parte in un’unica grande stanza, meglio se una mansarda, una soffitta, ma poi lo script si è sviluppato anche verso l’esterno, con l’aggiunta di qualche personaggio, e di un doppio. Tematicamente la storia si lega a “Il perturbante” di Sigmund Fred. E’ perturbante tutto ciò che è familiare e al contempo estraneo al soggetto principale. I volti che si presentano a lui e con i quali a volte dialoga, gli sono familiari, ma allo stesso tempo estranei, come pezzi di un puzzle che fatica a ricomporsi. Tutto ciò genera confusione ed estraneità. Uno di essi rappresenta il perturbante erotico che si lega alla compravendita della casa, dimensione d’isolamento creativo e di rifugio con la ritrovata armonia col proprio amore, funestata dal doppio che torna minacciandone la stabilità e quindi il futuro. Il primo a introdurre in psicologia il concetto di perturbante fu però Ernst Jentsch che definiva effetti perturbanti tutti quelli in cui l’osservatore è soggetto alla ripetizione continua e automatica di una stessa situazione, e questo nel film è piuttosto evidente. Ci sono molti atti, situazioni, voci, suoni, che tornano per condurre progressivamente il soggetto nell’oblio dei sensi e della memoria. Una vera e propria dissonanza cognitiva nella quale fa la voce grossa l’elemento musicale, una soundtrack magistrale che funge da opera narrativa delle emozioni soggettive del pianista protagonista, che non a caso è un musicista. La musica è un elemento cardine della storia del film, ci descrive e ci sottolinea ogni azione, ogni pensiero, tutti i sogni del protagonista. Una stratificata sinfonia del terrore e dell’amore. Nel saggio di Freud del 1919, lo psicologo si sofferma in particolare poi sul racconto di Hoffmann “L’uomo di sabbia” e sulla figura dell’orco Insabbia, capace di cavare gli occhi dalle orbite dei bambini. Secondo Freud, i racconti di Hoffmann sono quanto di più perturbante si possa rintracciare in letteratura (e io ci aggiungerei anche il maestro Poe). Subentra qui l’elemento della castrazione che in “Casa Occupata” si associa alle figure esterne alla vita del protagonista, della coppia nella loro dimensione metafisica casalinga. Raffigurano, ciascuna in modo differente, una castrazione rispetto alle paure e alle aspettative artistiche e sentimentali del protagonista, poiché lo conducono inevitabilmente a uno scontro con il doppio dello spirito che dimora nella sua casa, colei che rappresenta tutto ciò che del suo amore lo spaventava e che lo ha condotto lontano, non solo per motivi lavorativi. “Unheimlich”, tenuto in casa, nascosto, non a caso. Tutt’altro che confortevole e familiare questo amore che però riaffiora in tutta la sua prepotenza insita nei dolorosi ricordi, nella memoria. E torna per essere conservato “ad eternum” contro la minaccia esterna. “Il nascosto, il rimosso che torna in qualche modo al nostro cospetto attraverso l’oggetto o la situazione perturbante, genera una sensazione di angoscia particolare definita perturbamento”, secondo l’analisi di Freud. Ed è esattamente ciò che accade nel corso del film. Ma è anche il ritorno alla prima dimora (la casa da proteggere, l’amore da confortare), ossia il grembo materno. Le figure perturbanti sono delle donne e un mefistofelico individuo. Tutto ciò che era stato rimosso ritorna, ridestando complessi infantili sopiti. Il doppio torna anche per una sorta di narcisismo infantile, tipico degli artisti, di chi intende lavorare di fronte a un pubblico. E il fatto che sia il doppio del proprio amore, rende ancor più potente e significativo l’incontro con un vero e proprio balletto di anime.  I movimenti e i processi automatici ripetitivi, secondo Freud, sembrano prodotti al di fuori di una mentalità ordinaria e suscitano, per l’appunto, mistero, estraneità, tormento, paura. Hanno connotati soprannaturali. La ripetizione di un gesto, di un comportamento, può divenire perturbante perché evoca idee rimosse dell’adulto e presenti in età infantile: ci si perde e accidentalmente si ripetono le stesse azioni e procedure, nel tentativo vano di tirarsi fuori dall’impasse. Il film percorre questa impasse e ci sguazza dentro, attingendo dalle possibilità che solo il cinema può donare alle idee. Animazione dell’inanimato, doppio, ripetizione ossessiva, ritorno dei morti. Quasi un manifesto estetico per “Casa Occupata”.  

Cosa ti spinge ancora a darti da fare, nonostante tutte le difficoltà per il cinema indipendente che in Italia non ha mercato e sopravvive ai margini del sistema? C’è un segreto che ti rende ancora così determinato?

Non credo ci siano segreti. Se ce ne sono devo ancora scoprirli. La passione è un motore potente, anche nei periodi di pausa e rallentamento che a volte sono necessari per ricaricarsi. Ci sono dei momenti dove l’umore precipita perché non trovi una via d’uscita (a proposito dell’impasse) ma è sempre questa profonda ed evocativa passione che ti fa tornare a galla, a continuare a combattere. Anche quando ti ritrovi a doverlo fare con gente cieca e sorda. Provi a colpire più forte e prima o poi qualcuno ti presta ascolto. Sono dell’idea che proprio perché fuori dai giri clientelari, debba cercare di fare ancora di più, andando oltre le aspettative. Parlo di aspettative perché quando non hai soldi, benefici, favori, la gente si aspetta che tu te ne stia a casa con le mani in mano, ti critica se provi a cercare un aiuto che non sia fondato prevalentemente sul guadagno, perché ti teme, perché in pochi osano veramente. E quando hai il coraggio di fare tendono a criticarti per qualsiasi cosa e cercano di oscurarti. Vivi al di fuori di èlite, consapevole che non potrai viverci per sempre e che prima o poi bisogna sempre trovare un compromesso. Fare, fare sempre meglio, secondo me è un ottimo modo per far girare il tuo nome, le tue opere e per far aprire gli occhi. E’ come se gridassi al mondo intero: “Ehi guardate che ci sono anch’io! Perché non mi ascoltate? Perché non posso avere una chance anch’io?”. Chiamasi meritocrazia, specie per chi ha idee e progettualità. Vogliono che tu creda di aver fatto qualcosa di male, se azzardi. Somiglia tanto a una di quelle punizioni che si davano ai bambini “cattivi”, con la differenza che tu non hai fatto nulla di male, perché non ti danno nemmeno la possibilità di sbagliare. Devi pensare che si fottano. E andare avanti dritto per la tua strada. Non conosco maniera alternativa per cercare di emergere in questo marasma psicosociale.

Il tuo cinema ha dei punti di riferimento specifici, in particolare per questo tuo nuovo film che già dai trailer pubblicati ne rivela di esemplari.

Il mio cinema attinge da tante forme di altro cinema, differenti stili, linguaggi, filiazioni, influenze. Credo che il cinema sia l’arte suprema, quella che ha contribuito ad innalzare di livello persino quelle arti che da sempre vengono ritenute superiori, come la musica e il teatro. Le mie influenze vanno dal cinema muto al contemporaneo e dovrei fare una lista troppo lunga. Mi limito alle influenze più dirette per quel che concerne “Casa Occupata”. Nei temi e nello sguardo sicuramente Alfred Hitchcock, poi David Lynch, Roman Polanski, Ken Russell, e in chiosa Kim Ki-Duk. Con il cast e il reparto regia abbiamo visto, prima della lavorazione, alcuni film chiave per esplorare meglio il senso del nostro film, fra i quali “L’uomo senza sonno” e “Inception” che hanno riferimenti espliciti inerenti la sospensione tra realtà e immaginazione, e sensi di colpa mirati.

Anticipazioni sui progetti futuri?

Ogni volta che presento un nuovo film sono in scrittura con quello che dovrebbe essere il prossimo. A dire il vero ho in cantiere un dramedy sentimentale più ambizioso a livello produttivo ma ancora non riesco ad avere una risposta frutto della richiesta di un piccolo fondo. Per certi progetti non giova la fretta, bisogna attendere il periodo giusto e un budget minimo con il quale affrontare un percorso più lungo. Non è facile sforzarsi di farsi venire idee per semplificare il più possibile, consci che non si avranno mezzi e tempo per affrontare con sicurezza la causa. In autunno ho in programma la realizzazione di un corto documentario sulla storia vera di un certo Fran Luv, sopravvissuto a una dittatura sanitaria grazie allo sviluppo abnorme di ossitocina, tale da indurlo ad amare incondizionatamente diverse creature femminili contemporaneamente e oggetto per questi motivi di ricerche ed esperimenti scientifici. E sto scrivendo un film teatrale, interamente ambientato in un appartamento, con soli quattro attori, suddiviso in capitoletti, come una commedia che volge in tragedia relazionale ricca di simbolismi orrorifici, su un accidentale e tensivo scambio di coppia. Il titolo dovrebbe essere “Le corna dei diavoli”, come un mio testo teatrale mai portato in scena (non sono un regista teatrale), ma con una storia leggermente diversa. Non so quando potrò realizzarlo ma si è già mosso un finanziatore, essendo uno di quei spunti soggetti a micro-budget, realizzabili veramente in poco tempo anche grazie all’utilizzo di un’unica location. La versione pessimista del dramedy sentimentale momentaneamente accantonato. Non si può smettere di viaggiare, mai. Rivelazioni sempre e comunque.

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