Falling

Dal modo in cui Viggo Mortensen dirige gli attori e i tecnici non si direbbe che si tratti di un esordio alla regia. “Falling” scava senza esitazione nei conflitti tra un padre burbero e ottuso e un figlio sensibile e omosessuale. Willis Peterson e John Peterson, rispettivamente padre e figlio, si ritrovano sotto lo stesso tetto da quando Willis non può più vivere da solo in mezzo ai suoi amati ranch, nell’assolata campagna. Afflitto da demenza senile, esplode in contorsioni verbali d’inaudita ferocia, contro tutto e tutti, specialmente contro il figlio che non ha mai accettato e compreso e contro una ex moglie screditata nell’ipotesi di un adulterio. Il passato torna errabondo nel presente, duri entrambi, scandagliando le gesta dei due personaggi principali, circondati da Eric (compagno di John), dalla loro figlia adottiva, da Sarah Peterson e figli, e da coloro che rappresentano la loro gioventù. Nelle tensioni, mai sottopelle, l’aggressività del padre – interpretato da un Lance Henriksen indiavolato che ne ha per tutti, diretto con estrema parsimonia da Viggo in un’interpretazione summa dei suoi migliori personaggi – si scontra con la pacata accettazione del figlio, un’accoglienza fin troppo placida, in considerazione delle ripetute e costanti situazioni intimidatorie subite nel corso degli anni. Un filo di discorso riguardo le adozioni gay s’infiltra nella trama, con un tratteggio rapido ma efficace, nella lunga scena del pranzo in California, a casa dell’altra figlia Sarah (interpretata da un’incisiva Laura Linney), assieme ai suoi due ribelli figli, palesemente disadattati, al contrario della figlia adottata di John ed Eric, come a voler dimostrare che non necessariamente, a far la differenza nella giusta educazione impartita ai figli, faccia la differenza il fatto che a darla siano un uomo e una donna. Però Mortensen ha l’intelligenza e la fine capacità di non impantanarsi dentro un discorso politico, prima ancora che umano e sentimentale, perché un legame conflittuale ma pur sempre affettivo, tra padre e figlio, non può celebrarsi e risolversi nell’invettiva sociale. Se la questione dell’intolleranza filtra con decisione, a rimanere più impresse sono le pulsioni che trasmigrano rapidamente tra i due protagonisti. Henriksen vs. Mortensen è anche Mortensen con Henriksen, e riesce ad esserlo quando meno te lo aspetti, ossia quando il film sembra essere sull’orlo di una tragedia, smarcandosene con astuzia e con una lieve ironia, dettata dalle sassate del vecchio padre omofobo, razzista, misogino, eccessivamente autoritario. Tra gli scontri verbali e fisici, smuovono la pasta solita del reflusso vibrazionale, intime connessioni con i ricordi, con l’infanzia e l’adolescenza, tra un padre e un figlio in perenne opposizione, con il dolore dell’umiliazione e della perdita, la fredda distanza, resa siderale prima dal paesaggio malinconico autunnale e poi da quello invernale ricoperto da una spessa coltre di neve di terra canadese. Mortensen ce lo evidenzia con disarmante  accettazione. Ricordi e sensazioni si confondono implementandosi vicendevolmente, lacerando il presente come saette su un terreno già di per sé disastrato. Il linguaggio sboccato e irriverente di Willis non vuole rassegnarsi, non vuole cedere minimamente alla cruda realtà della vecchiaia, inasprendosi in aggressive e deliranti esternazioni (resta forse ancor più impressa quella umoristica, a confronto con un proctologo interpretato giustamente dal maestro David Cronenberg). Viggo Mortensen dipinge poi, sul volto di Laura Linney, attraverso dei rapidi ma efficaci piani d’ascolto, la fottuta rassegnazione. Un esordio d’attore non solo per attori, non di soli attori, non l’ennesimo kammerspiel d’autore. Piuttosto uno spigliato dramma di coraggiosa, laboriosa identità fraterna. Oltre che una cinestesica del lobo frontale.   

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