Don’t Look Up

Andrà tutto bene è il mantra che induce tutti a far credere che tutto quel che viene fatto ai piani alti sia finalizzato al nostro bene, alla nostra protezione, quindi alla nostra sicurezza. A quei piani dove la scienza e la politica sembrerebbero andare a braccetto. Forti allora della loro scientifica sicurezza, si può dare del folle a un ricercatore serio, presentato in diretta tv come opinionista da strapazzo, lui e i suoi assistiti, ridicolizzati già dentro quei salottini dove fra pacche sulle spalle e occhiolini al politically correct si finisce per sguazzare dentro quel che pubblicamente si dichiara di aborrire. Finiscono così, increduli e sempre più sbigottiti dalla demenzialità dei contorni disuniti di quell’immagine del potere che ci viene filtrata ripetutamente per mezzo dei media televisivi, sminuzzata in tante derive illogiche per mezzo di quel sistema affidato ai social network, dove sono gli algoritmi a farla da padroni, al seguito dei follower che tutto inglobano dentro il regno delle fake news consapevoli. Increduli e sbigottiti, letteralmente inorriditi, il Dottor Randall Mindy e Kate Dibiansky, si barcamenano come possono nel mezzo dell’irrazionale balletto del potere, incredulo e fanfarone, e tuttavia già organizzato per mezzo di quelle risorse che il suddito contribuisce più e meno consapevolmente a sostentare attraverso ogni forma di consumismo, a partire da quello della nuova tecnologia dei cellulari (guarda caso necessari per tutti, ormai anche per i bambini), tasse e imposte sul reddito.

“Don’t Look Up” procede sull’onda della satira politica in maniera bozzettistica ma non sgangherata, manicheo nei tratti caratterizzanti le tinte deformanti di una società impazzita, letteralmente fuori di senno. Adam McKay, sceneggiatore e regista, forte di una scrittura precisa e sarcastica, senza calcare troppo la mano sulla confabulante deformazione dei tratti, né sull’intensità del dramma, tragico nell’assunto, costituisce una sorta di breviario illustrato, denso d’immagini illuminanti e destabilizzanti al contempo, crema acidula della società odierna. Un’acidità indigesta, fatta di scorie radioattive, di tossicità relazionale, di assenza barbara di comunicazione. Un dolce amaro e distaccatamente disilluso. Qua e là il film riesce a strappare dei sorrisi forzati, amarognoli, ma la pasta è costipata di bruta disperazione, di rassegnato sgomento. Lo si legge espressamente su tutti i volti e sui corpi segnati di un cast stellare, dal Randall di Leonardo Di Caprio, fibrillante e sempre sul punto di esplodere (quando lo fa in diretta televisiva è per l’ennesima volta esemplare di caparbia risolutezza interpretativa), alla Kate di Jennifer Lawrence (sembrerebbe calcata sulla falsariga delle Runaways/Blackhearts di Joan Jett), dalla presidentessa donna abilmente ridicola di Meryl Streep, alla presentatrice televisiva del talk show, nel quale vengono invitati gli scienziati, interpretata da una eccessivamente licenziosa e tuttavia efficace Cate Blanchett, fino al severo autocontrollo del dottor Oglethorpe di Rob Morgan, per finire poi con uno strepitoso Mark Rylance, un puntiglioso e insopportabile Peter Isherwell, scritto pensando tanto a Steve Jobs, quanto ad Elon Musk. E’ poi nel lavoro di montaggio di Hank Corwin che il film accumula, disseminandolo nell’etere, materiale diversificato e concitatamente in linea con tutto quello cui possiamo accedere con esorbitante immediatezza, con il risultato di produrre quasi una sorta di zapping nell’etere. Avere l’impressione di poter avvertire la consistenza del mondo tra le mani e tuttavia non conoscerlo, riconoscerlo. Forse perché non ci appartiene davvero, tuttavia ci sentiamo in dovere di dire la nostra su qualsiasi cosa, del resto è così facile farlo da dietro uno schermo, senza toccare, conoscere (riconoscere?).

Don’t Look Up parla proprio di questo, della vittoria conclamata del paradosso. Tutto è possibile ormai, credere a tutto e a niente al contempo, neanche di fronte al realismo della verità, alla quale si finisce per non credere perché filtrata troppo prima di arrivare all’utente finale. Confusione. Così, una cometa la puoi vedere solo se guardi in su, verso l’alto, ma qualcuno dall’alto vuole invece che continui a guardare in basso, neanche davanti. Guardare davanti a sé potrebbe indurre ad osservare le persone negli occhi, rischiando poi di leggerle dentro. Sotto questo profilo, McKay invero, ci parla francamente, non proprio fraternamente, dell’impatto devastante del disastro ambientale e anche di quello psicologico avuto conseguentemente alla gestione globale della pandemia. Checché se ne dica o pensi, il mondo è nelle mani delle persone sbagliate e sanno essere molto pericolose perché le puoi vedere, senza poterle osservare da vicino. Ed è come se fossero capovolte, proprio come le menzogne. La stupidità, non potendo salvare il mondo, è sicuramente immune ai disastri. E non poteva che ergersi a capo del gabinetto, non uno qualsiasi. La grande capsula del potere sembra avere filamenti cosmici. Un impatto devastante per l’uomo. Parlare alle coscienze, riflettendo tra un sorriso sgomento e una fitta alla milza, può avere proporzioni di portata effettivamente cosmica. Ce lo certifica lo sguardo malfermo di Di Caprio, gli occhi iniettati di sangue, il sudore, la disperazione. Deve avercela proprio a cuore. La realtà che ingloba la fantasia e viceversa.  

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