Colpi di Cinema – Ultimo spettacolo

Quando per Daisy Miller finalmente arrivò l’amore, la vecchia America aveva già finito per diventare una sciocchezzuola fallimentare nell’ambiente dello spettacolo che conta. Hollywood chiamava e in molti cominciarono a non rispondere. Era ancora sorprendente il cinema del passato ma l’ultimo spettacolo aveva ancora un sapore speciale per chi ne traeva giovamento distanziandosi dalla massa. Il mondo era cambiato e Peter ne sapeva qualcosa, lo sentiva dentro da tempo. Lui lo aveva visto da vicino quel mondo e se lo era portato appresso con fervore, consapevole del fatto che presto sarebbe scemato. Lo aveva omaggiato e reso un poster della memoria ingiallito dal passato. Il divo Saint Jack, suo amico, si era dissociato da un pezzo e sfilava per le strade di Los Angeles con una luna di carta tra le mani. Era diventato un bersaglio facile per la stampa, rapidissima ad allinearsi al sistema. Jack la schifava ed era amico fraterno di Peter. I due si conoscevano da tempo e non avevano litigato nemmeno quando Daisy lasciò Peter per finire fra le braccia di Jack. Compagni di bevute e scappate al cinema, credevano che nessuna donna al mondo li avrebbe potuti separare. Il grande schermo era però come un cartello sfondato che barcollava in balia del vento e questo era troppo doloroso per due amanti del cinema come loro. Una bambina passava sempre davanti, sola come un’orfana, e si sentiva dire sempre dalla folla “Ma papà ti manda sola?”. “Sì, sempre”, rispondeva disorientata. Voleva conoscere Peter e Jack, aveva sentito parlare della loro amicizia unica. Doveva essere qualcosa meglio del rapporto tra i suoi genitori. Sicuramente le avrebbero fatto scoprire la bellezza incommensurabile del cinema, più dei suoi genitori, totalmente disinteressati al grande schermo, perché troppo presi dalla difesa delle loro proprietà terriere in quel di Texasville. L’aria che tirava non era salutare e allora, dietro la maschera del perbenismo collettivo, emergeva un dissimulato malcontento. Tutti volevano credere al fatto che tutto può effettivamente accadere a Broadway, seppur con ben pochi tentativi, ma in pochi avevano la capacità di far ridere il pubblico, elemento fondamentale per avere successo e attirarsi il pubblico. Vedevano i film alla tv di Howard Hawks o John Ford, e di tanto in tanto Hitchcock. Per loro, classico significava film in bianco e nero. Una scritta invitante campeggiava davanti alcune sale d’Essai: “… E tutti risero”. Felici e contenti, veniva loro da aggiungere. Ma le cose non stavano proprio così. Mandavano le famigerate comiche da due rulli e Buster Keaton campeggiava come un’icona all’ingresso, per poi all’interno cercare di catapultarli laddove non si sarebbero mai mossi. C’era da serrare le gengive. La bambina era lì ad osservare l’insegna. Voleva essere accompagnata, mentre Jack e Peter erano già dentro e non potevano aver fatto caso a una sprovveduta, priva di accompagnatori, desiderosa di sognare ad occhi aperti, e pertanto, a suo modo, intuitiva. Il mondo, per lei, era costantemente distratto da una serie di rumori fuori scena, tali da spingerla ripetutamente a distrarsi, a non ammettere che lo spettacolo parla anche di loro e non sempre e solo degli altri e che quindi la vita reale può scorrere sul grande schermo, specialmente quando sembra tutt’altro che reale e veritiera. Sentiva sempre di più che solo dentro a un cinema ciò non sarebbe accaduto ed era disposta a viaggiare pur di assaporare con tutta se stessa questa esperienza. Così, attese che qualche spettatore dello spettacolo precedente uscisse. Qualcuno l’avrebbe accompagnata all’interno. Attese ma soltanto per essere guardata  con occhi di miserrima compassione. E quando fu il turno di Peter, egli si fermò di colpo, chiedendo a Jack di tornare indietro. Estrasse dalla tasca un nichelino. Un nichelino del 1915, finito nelle mani della piccola curiosa nell’anno 2022. Gennaio 2022 per la precisione. La bambina chiese a cosa sarebbe servito. “Almeno lui ti farà entrare e questo nichelino ti porterà fortuna”, le disse. Ma lei voleva un accompagnatore che facesse le veci del padre. Peter aveva un lungo viaggio da fare in compagnia di Jack e l’indomani avrebbe dovuto intervistare un altro di quei registi che hanno fatto la storia del cinema. Jack mormorò qualcosa, doveva saldare una questione con uno strozzino, nulla di buono. E Peter lo avrebbe dovuto spalleggiare e proteggere. Una missione non di poco conto, prima del viaggio. La bambina prese coraggio, salutò ringraziando Peter e fece il suo ingresso al cinema, sorridente e grata. E fu in quell’istante che finalmente arrivò l’amore anche per lei, ma un amore diverso, quella cosa chiamata amore che equivale a qualcosa come: lo scostamento placido delle tende, la scoperta di una vasta sala con eleganti e simmetriche poltrone, uno schermo grande da destar imbarazzo, mentre le luci si fanno di colpo soffuse. Si avvicina il buio e la bambina chiude gli occhi. “Io non ti temo, non ti temo, non ti …”. Arriva e il buio non fa più spavento. Poi arriva anche il suono. Una luce forte proviene da quello schermo. Invade tutto il presente. La bambina riapre gli occhi e non riesce a richiuderli più. Dentro di sé ripensa a Peter e se lo immagina lì vicino, sorridente, orgogliosamente conscio del prezioso dono fattole. Chissà dove sarà ora, pensa, mentre il film ha inizio. Come protagonista c’è proprio quella Daisy Miller che s’innamorò alla fine, dopotutto un mondo di accadimenti. Le somiglia davvero tanto. La guarda, si guarda. E leggendo sui titoli di testa Bogdanovich, finisce per associarvi quel Peter.    

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