Licorice Pizza

C’è qualcosa di feticistico nel modo in cui Paul Thomas Anderson precede e segue, o insegue, Alana Haim (in Licorice Pizza Alana Kane). Si può forse dire lo stesso di Cooper Hoffman, vale a dire Gary Valentine? Non proprio, al massimo lui se lo studia tenendosi alla giusta distanza, cogliendone le sfumature con pacata attenzione. Ma quel che è certo è che entrambi vengono rincorsi, rincorrendosi a vicenda a più riprese. Alana e Gary sono fatti per finire in coppia, nonostante tutto il film proceda per avvicinamenti e allontanamenti vicendevoli. Vivono nella San Fernando Valley del 1973, vivendo di riflesso le problematiche sociali ed economiche che l’America del Vietnam accolla ai propri figli; entrambi se la cavano come possono (tentando la fortuna con un esercizio commerciale di materassi ad acqua) e cercano di tanto in tanto, prima dei rivelatori richiami politici, la via del cinema attraverso la recitazione. Se non fosse un film scritto e diretto da Paul Thomas Anderson, ambientato negli anni ’70, che attraverso una storia d’amore dal sapore adolescenziale – una teen-comedy che guarda più che ad “American Graffiti” a “Foxes” (coming of age drama diretto da Adrian Lyne) – riflette, attraverso una lettura di prospettiva, anche sul presente, si direbbe che questo film sia nato con l’intento di tornare a svolgere con immenso piacere l’ennesimo tuffo nel passato della prestigiosa filmografia del regista americano. Ma la sensazione che questa idea sia nata per offrire un’opportunità alla sua protagonista, per una ipotetica cotta che lo stesso regista ha avuto nei suoi riguardi, è del tutto legittima. Non la molla un secondo e ci costruisce attorno una storia abbastanza esile, dipanata qua e là dal prezioso contributo di una serie di “macchiette” che altrove offrirebbero a dei semplici caratteristi, per i quali coraggiosamente Anderson allestisce scelte divistiche, curando in special modo i loro memorabili ingressi in campo: dal Jack Holden di Sean Penn, divo con la passione per la seduzione delle attrici in rampa di lancio e per le motociclette, al Rex Blau di Tom Waits, un regista dedito a fomentar la folla con cui si accompagna nei locali; dal Jon Peters di Bradley Cooper, un folle squilibrato presunto amante di Barbra Streisand e patito per la “fica”, al candidato nuovo sindaco Joel Wachs, interpretato dal regista Benny Safdie. Licorice Pizza fa riferimento alla gloriosa catena di negozi di dischi di quell’epoca e la sensazione che si ha osservando il modo in cui i due giovanissimi protagonisti si prestano il fianco, ringhiandosi addosso, burlandosi appresso ad atti di seduzione figli di una sottile gelosia che s’infiltra gradualmente nelle pieghe di una frequentazione a singhiozzi, a loro dire amichevole, è proprio quella di un connubio indigesto che riesce a far la quadra per un’anomalia. Alana ha dieci anni in più di Gary e non fa che ripeterglielo, ma di questo Gary non se ne preoccupa, egli è convinto di aver incontrato la donna della sua vita e dal giorno del loro incontro non la molla più di un centimetro. Lei non è da meno, anche se spesso e volentieri lo sbeffeggia, trattandolo da moccioso, poi però una dolce ironia, una seduzione giocosamente brufolosa, in qualche modo, li accomuna. Su questo frangente, Alana ha la meglio. E il regista sembra ogni volta percuoterla, ogni volta che vi si avvicina e allontana con uguale amore, un sentimento di perversa armonia con i tratti spigolosi e con l’appeal temibilmente sexy della ragazza, sorprendentemente a proprio agio nel ruolo. Il cinema del regista riesce ad essere ricco di sfumature anche in questo caso, basti pensare ad alcune scene fra il tenero e il disarmante, lo straniante e l’esilarante (l’attesa muta al telefono dopo una spiacevole scoperta, la prova sexy sul posto di lavoro e i non proprio casuali incroci in alcuni locali mentre sono intenti ad aprirsi a nuove conoscenze). Questo è l’approccio e in un certo senso P.T. Anderson dimostra una certa coerenza, anche quando decide di non prendersi troppo sul serio e si adegua ai lazzi di un’adolescenza che fa tornare in mente quella del John Hughes degli inizi. Altra scelta sorprendente, tale da rendere ancor più autentica la prova di Alana Haim, è il fatto che abbia scelto d’inserire nel film la sua intera famiglia reale, comprese le due sorelle con le quali ha formato il gruppo delle sfacciate e saettanti Haim (Este e Danielle), per le quali Anderson firma, sin dagli esordi, la regia dei loro videoclip.

Licorice Pizza dà quindi la sensazione di essere una sorta di elegia dell’amore rincorso, orchestrata con garbo, la giusta dose d’ironia e con un’intelligenza registica rara (basti vedere anche solo il modo in cui pavimenta la direzione dei giochi di sguardi, d’intendimenti e fraintendimenti di osservazione muta, fatta di sguardi d’intesa fra Gary e Alana). Nella pedissequa, cortese volontà di enuclearne lo spirito, la figura di Alana, sospesa fra la tenerezza e l’impulsiva combattività, spicca sopra quella di ogni altra, sbattendo a destra e a manca come la pallina in un flipper. Se Cooper Hoffman ci restituisce un piccolo, timido saggio dei vezzi del padre, del tutto in linea con il personaggio che interpreta, Alana Haim è in tutto e per tutto la figura che non dimenticheremo facilmente. Si staglia nella mente con inconsueta, accattivante personalità e ci stordisce quando, in una delle scene più indovinate del film, fomentata dal suo amico/compagno/collega, comincia ad avere atteggiamenti sexy al telefono con un potenziale compratore di materassi, talmente sospinti da spiazzare lo stesso Gary, destando in lui un sentimento d’imbarazzo e gelosia. E nell’incerto incedere dello sviluppo di tale partita, consci di quello che sarà poi il punto di arrivo, era lecito attendersi uno slancio finale degno dell’apertura. Anderson si adagia sulla consueta fiducia accordata agli innamorati che dopo essersi a lungo ripresi, a seguito della cattura, si dichiarano apertamente. Finalmente, certo. Ma il sapore della liquirizia si è mischiato con quello di una pizza al pomodoro. Forse è proprio nel momento in cui Alana comprende, attraverso il suo nuovo lavoro, che gli slanci di carriera finiscono per tarpare quelli amorosi, che la sua, la loro bellissima e sgraziata corsa, non trova uno sbocco degno del tracciato. Una sostanziosa zolletta di zucchero sciolta in un caffè già dolcificato che rende tutto più fluido. Un blando digestivo per una effervescente avventura d’amore.          

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