Storia di mia moglie

Essere capitani di navi, specialmente di quelle di fregata negli anni ’20, non ti predispone mentalmente ad una vita di coppia, eppure Jakob Storr scommette con un amico (un giullare di compagnia dei momenti sfalsati?) che la prima donna che farà il suo ingresso nel caffè dove amano oziare, sarà la sua futura sposa. Entra la bella e seducente Lizzy ed è proprio quello che accade, rapidamente, dopo pochi minuti, attraverso un rapido scambio di battute. La donna, più giovane di lui, capta subito la virilità dell’uomo ed è principalmente da quella virilità che si lascia attrarre, cominciando subito a sedurlo, lasciandogli il giusto viatico per un corteggiamento diretto e risoluto. Il percorso tra coniugi procede sessualmente vivo ma le lunghe assenze di lui per motivi di lavoro e l’atteggiamento che la donna ha sia con gli uomini che con le donne che ruotano attorno alle compagnie dell’uomo, comincia a inseminare il dubbio di un possibile tradimento ad opera della donna, specialmente quando ricompare nella vita di Lizzy un certo Dedin, scrittore francese faccia tosta con aria da bohèmien, che nei riguardi della moglie di Jakob, sembra avere particolare simpatia, oltretutto ricambiata. Jakob non riesce a gestire questa sua gelosia che diventa morbosa, nonostante si sforzi nel tentativo di darlo a vedere il meno possibile, ma lo diviene così tanto da spingerlo a trasgredire quell’ordine morale che pretenderebbe d’impiantare nella sua scoscesa relazione. Lizzy è una donna libera, perfettamente consapevole della debolezza di suo marito e maliziosamente vi gioca, nonostante sia comunque protagonista di una passione amorosa da non sottovalutare. Jakob e Lizzy sembrano amarsi ma di un amore che contorna costantemente il gioco sessuale, contravvenendo anche alla regola del buon dialogo, utile a quella trasparenza che spesso e volentieri viene a mancare.  L’uomo e la donna, in questi sette brevi capitoli, passaggi densamente rappresentati in fatto di particolari, non riescono a capirsi e sembrano più spiarsi che cercarsi, senza neanche provare a rincorrersi dentro quegli schemi prestabiliti che avvelenano l’imprevedibilità elettrizzante degli umori di stagione. La nascita di un amore sbagliato testimonia anche la nascita di un’ossessione che solo per un grande contegno morale non sfocia nella tragedia. Jakob riesce a controllare le sue navi in maniera (quasi) impeccabile, cosa che non riesce a fare con sua moglie. Lizzy è sfuggente e terribilmente seducente, è una donna da scopata immediata solo per il modo in cui è capace di osservarti, lasciando intuire palesemente quali sono le sue intenzioni. Però lo sguardo di Jakob è quello di un uomo che non riesce a venire a patti con quella convinzione che si è inseminata nel suo cervello sin dal primo atto del suo matrimonio. Gli atti si succedono aggrovigliando ulteriormente le premesse. Lizzy è veramente infedele? Dopotutto, chi è che per insicurezza ha finito per non esserlo? Fino a che punto Lizzy mente a lui e a se stessa e per quale motivo sembra prendere tutto come un gioco? Ildikó Enyedi (quella del delicato e abbagliante Corpo e Anima) fa un film di aguzza psicologia, costruito secondo quello che è il passo, e il respiro, del grande romanzo. E il romanzo da cui è tratto è stato uno dei grandi amori letterari della regista e sceneggiatrice ungherese: parliamo di “La storia di mia moglie” di Milàn Füst. Secondo quel passo, sfumante nel solenne, nella ricognizione frustrata e dolorosa di un mancato sistema di equilibri, la  regista incastra alla perfezione un sorta di summa di tutti quei meccanismi psicopatologici che finiscono per corroborare l’intesa di una coppia che rimane tale solo sul piano fisico, nel tentativo di liberarsi della zavorra dell’incontrollabile gelosia. Non c’è scampo, perché bisogna togliersi dalla testa di poter controllare la vita di una persona, specialmente di una donna che sembra vivere alla giornata, capace di fare scelte avventate, senza predisporvi piani. Attraverso una regia robusta, giostrata sulla disposizione di una serie di particolari che indagano le mosse delle due esemplari scelte sui personaggi principali (la magnifica Léa Seydoux e il misurato e preciso attore olandese Gijs Naber, ma compaiono anche i nostrani Sergio Rubini e Jasmine Trinca, in due significativi ruoli di fianco, e l’unica scelta che risulta essere quella meno convincente è invece l’insopportabile e poco credibile, ancora nel ruolo dello sciupafemmine, Louis Garrel), La storia di mia moglie riesce a trovare la chiave giusta per non sconfinare nettamente nel melò, disponendo le carte gradatamente, aggirando il rischio di scoprirle anzitempo, fino all’atto finale, fino alla settima parte dell’articolato disegno di amore e perdizione. Nel mezzo, nell’osservare questi strani coniugi, talvolta ci può scappare anche da ridere. Forse sono entrambi dei “pagliacci” e talvolta fanno e dicono cose ridicole, in nome di un matrimonio di “fortuna”. Cercare la dote col primo che capita per poi godere sugli allori di una camera da letto/rifugio per le proprie prelibatezze di donna del buon costume. Adagiarsi ad uno stile di vita conformista, nel quale Jakob non riesce proprio a guardare/guardarsi oltre, perché è l’unico modo che conosce per poter avere una donna che tuttavia non si può comprare. Ed ecco che quando il rimorso si mangia pure l’ossatura, corrodendo le redini di quegli strascichi andanti di flebile sintonia, fatta di sguardi rapiti, dettati dalla parte maschile dall’urgenza di scorgervi il limite del desiderio, e dalla parte femminile dalla rutilante banalità con cui quel desiderio viene divelto e ulteriormente meccanizzato, nulla può essere più come prima e le maschere (si salta per qualche attimo al tempo di Eyes Wide Shut) si strappano via con forza. E l’impeto da letto matrimoniale? Non è lo stesso. Il bruto e la bella non sono fatti per durare a lungo, lontano dalle lenzuola sfatte. Jakob sa che sta correndo dritto contro una inevitabile sconfitta e arriva come in un cattivo sogno. Poi passa del tempo, trascorrono anni e ha come l’impressione di ritrovarla per le strade, a debita distanza. Ma è lei, il suo sguardo, a ritrovare lui, sempre e comunque, come l’ultimo atto, perpetrato, di un sospetto. Jakob, dopo il rimorso e la disperazione più assoluta, l’alcol negli infausti tradimenti, sente ancora lo sguardo di lei addosso. Uno sguardo imprigionato nella macchina da presa, catturato in un colpo di coda di disarmante poesia. Un colpo che ci consegna un finale di straordinaria incisività.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...