Black Phone

“The Grabber” (Ethan Hawke), detto il Rapace, è l’orco cattivo in sembianze umane che cattura in maniera imprevedibile ragazzi adolescenti e li sequestra, isolandoli in uno scantinato. Gira su di un furgone nero, stringendo tra le dita gonfi palloncini neri, presagio di cattività. Non è un caso che lo scrittore autore del racconto da cui il film è tratto, sia un certo Joe Hill (dalla sua raccolta Ghosts per la precisione), pseudonimo di Joseph King, figlio del famigerato Stephen. Uno di questi bambini finirà per essere il tredicenne Finney (Mason Thame), con una vita complicata a causa della dipartita della madre e di un padre dispotico, violento e alcolizzato. Fortuna vuole che il dono divino di lettura della realtà attraverso il sogno che aveva la madre si sia tramandato nella figlia, la sfrontata sorellina Gwen (Madeleine MacGraw). E non solo. Finney nota un telefono nero nel posto dove viene rinchiuso. Quel telefono comincerà a squillare nonostante risulti disconnesso alla linea telefonica, avviando una comunicazione imprevista con una realtà parallela dalla quale attingere per potersi salvare dal diabolico piano dell’orco cattivo.

Siamo nel 1978, lo stesso anno in cui un certo John Wayne Gacy, killer di ragazzini pedofilo, fu catturato dalle autorità di polizia. Non è un caso che il regista e sceneggiatore Scott Derrickson, che sceneggia questa sua nuova felice incursione nel genere horror nuovamente assieme al compare di scrittura Robert Cargill, abbia deciso di ambientare la storia proprio in quell’anno. I fatti di cronaca nera che nell’America si sono succeduti negli anni, sono la patina fuligginosa con la quale il regista americano sceglie d’inquadrare gli orrori degli adulti nei riguardi dei loro bistrattati figli e figliastri. Il bullismo, tra gli elementi centrali del film, è una naturale conseguenza di una realtà malata, di un sistema educativo tossico, ed è rappresentato in maniera brutale, senza risparmio in particolari cruenti, al grido di una violenta visione nei riguardi di quella età che non trova poi molti riscontri in termini di realismo anche in film di uguale genere. Il protagonista viene preso di mira di frequente da un gruppetto di bulli e lo stesso vale, senza particolari disparità di trattamenti, per la tenace sorellina, spirito determinato e vitale della famiglia. Notiamo subito che i più forti e maturi sono proprio i due protagonisti tredicenni, nonostante le angherie e una situazione di convivenza decisamente sotto i limiti dell’accettabilità. Si capisce che ci sono dei problemi familiari da risolvere e di questi problemi se ne dividono i compiti Fwen e Finney, a turno. Il mostro è dietro l’angolo però, i notiziari ne parlano in maniera allarmante e le consuete immagini d’archivio, realizzate con una filigrana che rimanda ai Super8 dell’epoca, denotano l’approccio diretto del regista, già in parte utilizzare nel buon Sinister con una fortissima dose di attrattiva e aspettativa.  

La capacità di fondere il cronachismo alla favola nera, con una sorprendente ma cauta virata verso il soprannaturale, proprio quando non te lo aspetti e t’immagini il classico film su un killer seriale con una storia che va avanti a sevizie e torture fisiche e psicologiche, è il vero punto di forza del film. Scott Derrickson riesce a infilare vibranti climax senza dare la sensazione che si stia forzando un colpo di scena dietro l’altro. Ogni aspetto viene gestito con grande misura ed equilibrio, senza incongruenze e senza lesinare la necessaria esposizione della violenza, anche dentro impensabili colluttazioni di sorta, a corredo di situazioni che umoristicamente riescono a dire la loro, senza disarmonie evocative. Non è molto lontano, nonostante i toni dark, un paragone anche con un altro racconto kinghiano, quel Stand By Me che tanto ancora fende più parchi generazionali.   

Sorprende la coraggiosa scelta di conferire ad Ethan Hawke il ruolo del killer, eppure l’opzione si rivela confacente, anche in virtù di una collaborazione avvenuta già all’epoca di “Sinister”. Il suo lavoro si scolpisce nella mente non solo grazie alla plasticità infernale della maschera, ma anche ad una rimodulazione corruttibile della voce in chiave fiabesca degna di menzione. Sono però i due protagonisti, specialmente la bravissima MacGraw, a lasciare il segno, a conferma di un eccelso lavoro di selezione anche degli attori adolescenti non protagonisti, tutti di ottima preparazione, plasmati sotto la precisa direzione dell’autore. Derrickson, a seguito della parentesi con il Doctor Strange, torna con cognizione di causa ad un genere che ha sempre sentito nelle sue corde, sin da quando si cimentò nell’ennesimo capitolo della saga di Hellraiser. Vi riesce attingendo dal suo lato oscuro e da quello di una provincia americana ritratta in nero della quale evidentemente ne conserva ancora qualche scoria, di certo non esclusivamente letteraria. Vi riesce grazie all’ottima capacità di plasmare un mondo oscuro visto con gli occhi intrepidi, dotati ancora di luce, degli adolescenti. Un mondo consapevolmente costruito sui tizzoni ardenti di un cinema che proprio nel decennio in cui è ambientato Black Phone, abbonda in efferatezze e in un certo realismo figurativo (The Texas Chainsaw Massacre su tutti che non a caso viene citato, ma anche The Last House On The Left e Eaten Alive, ma si percepiscono echi di un film misconosciuto di Robert Mulligan, uno dei thriller psicologici sull’infanzia più originali, dal titolo The Other).

Le risorse dei più piccoli abbondano, dopotutto, se plasmate su un immaginario costituito proprio grazie a quei film da cui i nostri padri tendono spesso e volentieri ad allontanarci, per una specie di timore reverenziale. Derrickson e il suo nuovo film, il migliore della sua filmografia, nonché uno dei migliori horror del nuovo millennio, ci dimostra che il cinema è sempre presente, è parte della nostra ispirazione, immaginazione e influenza. Una linea di connessione, da una situazione di totale disconnessione dal mondo tarato, grazie alla quale risolvere i nostri problemi più vistosi e agghiaccianti.

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