Babylon

Alla base c’è un libro di Kenneth Anger Hollywood Babilonia, pubblicato nel 1959. Gli anni ‘20 sono l’era del cinema muto, una babele connotata da vizi, peccati, sfrenata lussuria, omicidi non troppo accidentali, divi e dive preda della droga e dell’alcol, prigionieri di malattie mentali e derive antisociali sempre più marcate che li conducono a depressioni e suicidi assistiti. Ambientato a Hollywood, tra il 1926 e il 1930, Babylon racconta del percorso di alcuni divi e aspiranti cineasti, compresi i primi immigrati europei e africani, che emergono o cercano di farlo nelle strette maglie di un sistema elitario. Jack Conrad (Brad Pitt) è piuttosto famoso, protagonista spesso e volentieri di film d’avventura; Nellie LaRoy (Margot Robbie) è una starlet spericolata, l’antitesi della pudicizia che diventa a sua volta famosa casualmente, per un colpo di fortuna abilmente ricercato. Manny Torres (Diego Calva), il vero protagonista del film, aspira a produrre e dirigere film e piomba letteralmente nella infestante babilonia hollywoodiana (sembra di essere in diversi frangenti sui set delle smisurate produzioni di Griffith e DeMille), con gli occhi sgomenti del pivello. Ma la sfrenatezza e la sfrontatezza dei set dell’epoca volge rapidamente all’invenzione del sonoro, a partire dal 1927. Alcuni di loro tentano di mantenersi su standard adeguati ma la voce, il fatto di dover imparare a memoria lunghi copioni, le difficoltà dei primissimi tempi di registrazione pulita del suono, un sistema stravolto che anche goffamente cerca di tenere il passo dei tempi, li conduce ad un punto morto. Manny si addentra sempre di più, complice anche il fatto di voler aiutare Nellie, negli inferi di una spirale infernale, di memoria dantesca che lo costringe a compiere scelte estreme.

Dalle parole dello sceneggiatore e regista Damien Chazelle, che per diversi anni non riusciva a trovare i giusti finanziatori per questo strabordante e coraggioso film, le storie interne dei vari personaggi che si succedono, sono ispirate a persone vissute realmente e fatti accaduti veramente. Il personaggio di Jack Conrad, interpretato da Brad Pitt, è ispirato alla vicenda di John Gilbert, famoso partner di Greta Garbo, ma non mancano spunti derivanti dalle vicende private e pubbliche di Douglas Fairbanks e Ramon Navarro. Quello di Nellie alle figure di Clara Bow e Louise Brooks, figure libertine, preda di disturbi mentali che le hanno rapidamente allontanate dal cinema che conta. Rendono omaggio a tutti quei pionieri che contribuirono con grande inventiva e un sano gesto dell’artigianato, selvaggia libertà creativa, a dare un’immagine del cinema come di qualcosa di elettrizzante, forse anche perché popolare e proibito al contempo. Nel film si dice difatti che il cinema è ritenuta un’arte minore, vi accenna Brad Pitt durante un dialogo. Ma così non è e il film di Chazelle celebra questa tesi, confermatasi poi nel tempo con l’evoluzione del linguaggio. Un’arte che tiene uniti gli spettatori all’interno di una sala e li meraviglia, generando in loro le più svariate reazioni. Chazelle però, attingendo a piene mani dall’esperienza e dalla cultura di Anger, decide di sovraccaricare il film di accadimenti, richiami, simboli che tendono a mostrarci quello che è stato abilmente nascosto al nostro sguardo indagatore. Ed è uno sguardo curioso quello che si addentra nei meandri del turbinoso muoversi nelle innumerevoli trame segrete che si susseguono a partire già dal lungo e vorticoso incipit (come l’episodio dell’accidentale omicidio di Virginia Rappe durante un party del quale fu accusato Fatty Arbuckle). Ci addentriamo in una festa/orgia a cui prende parte il cuore pulsante della Mecca del cinema. Vi regna uno sguardo godurioso, esageratamente sfrenato, sfrontato, nel quale si rendono protagonisti divi, aspiranti tali, registi, produttori, tecnici, comparse, reporter, musicisti. Sesso, droga e il vero rock’n’roll, il jazz. Il film di Chazelle, ha una struttura, lunga ben tre ore che tuttavia volano, di una partitura jazz sincopata. I vari passaggi narrativi lo testimoniano. Il referente filmico di riferimento principale è senz’altro Il giorno della locusta di John Schlesinger, un film del 1975, uno dei pochissimi che nella storia sono riusciti ad offrire uno sguardo pesantemente giudizioso e critico su Hollywood (in quel caso quella degli anni ‘30). Chazelle però calca la mano sulla rappresentazione di scenari baldanzosi volutamente sopra le righe, tirati per le lunghe. Tutta la prima parte svela situazioni esilaranti, poi le tensioni e il dramma di alcune vicende private emergono, senza però prendere troppo il sopravvento. Lo scopo resta quello di offrire un’esperienza dentro le esperienze. E in questo senso il film funziona benissimo, avvolge in una spirale di caoticità e bramosia di scoperta, inebrianti. Come sempre, un bel pezzo di autenticità lo donano le interpretazioni, quella di Brad Pitt misuratamente di classe, quella di Margot Robbie esageratamente sfrenata, denotante delle variabili interpretative sorprendenti, al servizio di una vera e propria performance da sballo. Tutti gli altri, anche il protagonista che pur non entusiasmando risulta essere in parte, compresi i vari Lukas Haas, Tobey Maguire, Max Minghella, Li Jun Li (ispirata alla figura di Anna May Wong, la diva di Shanghai Express) e Jovan Adepo (il giovane musicista jazz non troppo nero, vittima di razzismo e richieste inappropriate volte a ledere la sua immagine), sono azzeccati e convincenti.

Babylon ti piomba addosso come un vulcanico, strabordante girone infernale degli altifondi hollywoodiani, sin dai primissimi fotogrammi, con dileggio e furore incontrollato sistemico. E questa partitura sincopata è inarrestabile, fino a schiantarsi ripetutamente contro il kitsch, che a più riprese sporca la cavalcata interna di derive esistenziali, bulimiche (in molte scene sopraggiungono piscio, merda e sangue). Lo schianto però è anche contro quello stesso grande schermo che non ha più smesso di produrre sogni e magiche illusioni. Contro cui Manny, tra la meraviglia e il dolore, vi sbatte al suo insperato ritorno nell’olimpo. Attori aitanti cantano e ballano sotto la pioggia. Il sonoro è nato da un pezzo. Si finisce negli anni Cinquanta. Ma la sostanza non cambia. Il viaggio continua. O meglio, il trip. Perché il cinema, e non solo secondo Chazelle, è un’esperienza che irrompe e stravolge, corrompe e annienta. E poi fa rinascere in maniera spiazzante. Qualcosa che può accadere seduti in una sala buia, di fronte al grande schermo che in determinate occasioni appare più grande del solito. Grandissimo.

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