Colpi di Cinema – Memorie e Truffaut

Truffaut

Quando comincia un film le luci in sala sono spente. Lo spettatore medio comincia a far silenzio dopo aver rumoreggiato o sbruffato spazientito fra gli spasmi involontari della sua impazienza. Un critico di professione avrebbe dato sicuro un’occhiata al pressbook per verificare la durata esatta del film, ma di loro nessuna traccia. Qualcuno sgranocchia popcorn masticandoli rumorosamente. Beve poi un sorso di coca e manda un’occhiata a destra e sinistra velocemente. Se l’amico o il partner di turno è presente anche con lo sguardo, arriverà di certo con meno superficialità a quello di qualche vicino. L’incipit di un film è come un rito. Non si è ancora rapiti ma c’è chi trova un modo per distrarsi di fronte a titoli di testa che ti rapiscono. Uno spettatore dinoccolato pensa già al momento quando prenderà sonno volontariamente, perché è stato costretto ad andare dalla persona che gli sta accanto e che non solo si addormenterà prima di lui, ma finirà persino per russare. Uno spettatore non fa altro che riaccendere l’I-Phone, beccandosi gli improperi del personale addetto al controllo in sala. Un gruppo di adolescenti sghignazza convinto che i film dell’orrore non facciano più paura, ma è tutta una fantasia serale. Quando fuori è buio, in sala è ancora più buio e l’immobilità diviene la principale fonte di salvezza. Perché il film non ti porterà in salvo. Ti farà barcollare e non ti farà sentire al sicuro sulla tua bella poltroncina. Se vuoi un film nel quale approdare per sentirti al sicuro, dovrai tornare tante di quelle volte al cinema, da cominciare a pensare d’istituire un tuo fondo speciale per lo spettacolo. Una signora prende la pillola con qualche minuto di ritardo: il film è iniziato da almeno dieci minuti. Le cade dalle mani, mentre tenta di aprire la bottiglia dell’acqua piccola. Io vedo tutto, dal fondo. Pertanto in quei primi dieci minuti qualcosa non va, non funziona come dovrebbe. Il mio sguardo avrebbe dovuto essere incollato allo schermo. Mi distraggo troppo facilmente. Il pubblico, quella parte di pubblico, dovrebbe essere semplicemente annientato dalla potenza delle immagini. Qualcosa non va. L’inizio non è coinvolgente, i personaggi sono ameni, gli scenari già visti troppe volte, nemmeno l’ombra di un commento musicale, la fotografia fin troppo piatta, direi spenta. Ma ho preso un impegno, così decido di restare fino alla fine, quando quasi nessuno in sala avrà resistito. Così, giunto alla fine, annoiato e solo, mi rendo conto che qualcosa mi si sta smuovendo dentro. Ripercorro gli avvenimenti principali del film velocemente nella mia testa e associo alcuni accadimenti ad alcuni fatti non secondari della mia vita. Un brivido mi percorre la schiena. La scosto così dallo schienale della poltrona e mi avvicino col mento alla poltrona davanti. Ce lo poggio su. Ci vedo meglio. Il buio è meno buio ed è sempre più illuminato dalla luce dello schermo. Il film cresce di tono improvvisamente proprio sul finale. Sento che non mi deluderà più. Il cinema è tutto mio, ne sono il padrone in quel momento. È come se fossi diventato il regista del film. Solo alla fine, proprio sull’ultimo fotogramma, capisco che il regista stava raccontando il lavoro su un set di un altro regista, da lui creato. Un regista che è stato tutto il tempo accanto ai suoi attori. I miei, se la sono svignata. Non mi hanno seguito. Ripenso a “Effetto notte” di Truffaut e in quel momento compare la sua sagoma accanto a me. Le pareti della sala diventano verdi ed egli estrae dalla tasca destra dei pantaloni un biglietto. Me lo consegna, col sorriso stampato sulle labbra, e con una pacca sulla spalla mi dice a modo suo: “Non hai dimenticato i miei insegnamenti. Ricordati che eri pur sempre un selvaggio”. Un selvaggio. Non c’è nessuno accanto a me. Eppure, quando si riaccendono le luci, come preso alla sprovvista dall’incedere nuovo della realtà, corro a casa. Il caldo si sostituisce al freddo di una fastidiosa serata novembrina. Mi palpitano le dita. E quando metto mano alla mia collezione di film, scorro velocemente all’anno 1970, data di uscita del film “Il ragazzo selvaggio”. Poi scosto lo sguardo sulle scarpe. Ne ho un paio, eppure per una frazione di secondo ho la sensazione di essere a piedi nudi. Un odore salmastro compare fra le pareti bianche della casa. La perlustro con il dvd tra le mani. Un colpo alla parete mi fa trasalire. Vivo da solo da quando il mio amico Jim è tornato da Jules. Stavamo assieme quando facevo il pianista dalla signora della porta accanto al suo minuscolo appartamento al n.451. A vent’anni certe cose non possono essere comprese. Mi sentivo uno scemo come la sua ragazza, sempre quella della porta accanto. Vado in camera mia, dove aprendo l’armadio trovo la serie di abiti neri che abitualmente indosso ogni giorno, che mi regalò la mia ultima sposa. Ne è passato di tempo. Ricordo bene, neanche fosse ieri. Era domenica, si chiamava Julie. Era come una droga per me, molto più della signora H. La calda amante sulla quale non c’era certo da drammatizzare. Fu soltanto una questione di corna coniugali. Tempi andati. Poggio il dvd sulla scrivania. Ritorno ai tempi in cui amoreggiavo con le due inglesi, rubando baci nel vento, mentre trascorrevamo il tempo a giocare a nascondino nel giardino della loro villa. Sentivo di avere gli anni in tasca, eppure tutto volò via. A volte era come prendere l’ultimo metrò. L’amore fugge e non te ne accorgerai mai, a maggior ragione se sei un uomo che ama le donne. La gonna si alza e sono già lontane. Il profumo si distanzia e il calore preme per uscire dal tuo corpo, battendoti insistentemente quattrocento colpi sul corpo, le ossa rigide. Nel frattempo, mentre inseguo i miei pensieri, nel ribollire del sangue che aveva ormai smosso tutti i sensi, afferro che era finalmente domenica e che mi sarebbe aspettato un giorno di riposo sacrosanto. Avrei afferrato la festività con esattezza, conscio che tutto sarebbe di nuovo finito al volgere di un altro giorno. Non un giorno come tanti, se sarei tornato al cinema.

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