Colpi di Cinema – Le ombre della mezzanotte

Cassavetes

Una moglie bellissima alla sera della prima del mio spettacolo, conosciuta durante una di quelle notti d’estate in cui la sintonia tra due esseri umani è alle stelle. Il pubblico strepitava, applaudendo forsennatamente. Gloria era seduta proprio sotto il palco. I suoi occhi non si staccavano mai dal centro del palco, proprio dove recitai dall’inizio alla fine, quasi senza muovermi. L’amico Moskowitz sghignazzava sempre, i miei spettacoli lo divertivano e quando coinvolgeva anche sua moglie Minnie, laggiù in fondo alle ultime file, dove solitamente prendevano posto, si diffondeva un’armonia da concerto. Alla fine ci fu il tripudio. Decidemmo di festeggiare al solito locale di Johnny Staccato. Arrivammo proprio nell’ora del blues di mezzanotte, e ci toccò il reparto esclusi. Era l’ora noir, riservata ai soci paganti. A noi, Johnny, non faceva pagare mai, ma quella sera avremmo pagato, perché ci girava così. Dagli applausi passammo al mutismo di gruppo, in qualche modo incomprensibile. Tutti in silenzio a rimirarci l’un l’altro, con le bottiglie di champagne francese appena aperte e non ancora terminate sul tavolo. Le ombre della mezzanotte ci stavano isolando dal resto del mondo. I nostri volti nudi svelavano il grande imbroglio. Pochi istanti e sarebbe arrivato l’allibratore cinese, colui che si posizionava sempre a metà tra la sala noir e lo spazio riservato agli esclusi: noi uomini di spettacolo. “Perché non inventiamo un film?”, se ne esce Gloria. Sguardi meditativi e nell’altra sala un passo di troppo, tanto da far intervenire Johnny. Avevo sentito parlare vagamente di questo famoso allibratore cinese. Sentivo che quella notte qualcuno avrebbe tentato di assassinarlo. “La scia d’amore che lasciamo ovunque ci spostiamo è qualcosa di unico. Fiero di esser considerato tra gli esclusi”, dissi. E mi alzai dal tavolo scrutando l’allibratore cinese, mentre Johnny lo richiamò a sé. Lo salutai ma non mi vide. Non vide me, come i miei amici. Pagammo il conto, ciascuno il proprio, e ce ne andammo fuori per la strada tutti baldanzosi, a caccia di nuove esperienze di vita. Fu in quel preciso istante che Johnny Staccato ci seguì, accompagnato dall’allibratore cinese. “John! Ehi John!”, grida zaffando fuori dalla bocca una vampata di calore nel gelo della notte. Mi voltai di scatto. Johnny e l’allibratore mi guardavano, osservandoci in silenzio. “Ciao”, mi disse. “Ciao”, dissi loro. Diedi un ultima occhiata all’allibratore cinese, certo che quella sarebbe stata l’ultima. Moskowitz, coi suoi lunghi baffi grigi, sorrise. In fondo era la nostra notte. Perché continuare a preoccuparmi dell’allibratore cinese?    Ci allontanammo, quando un gruppo di spogliarelliste si diresse verso l’allibratore, lasciato solo dal proprietario del locale. Stress da scena, mi dissi. In fin dei conti era solo stress di scena. Accesi una sigaretta, lasciando che si intirizzisse in preda a una folata di notturno gelo e affrettai il passo, mentre con l’altro braccio avvolsi a me l’intera compagnia.

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